La firma scompare
La firma su un documento è uno storico strumento di ‘autenticazione’ usato per dimostrare che la persona che lo ha siglato ne riconosce – o almeno conosce – il contenuto. Spesso si tratta di autorizzazioni; si attende ‘la firma’ per procedere con un progetto o con un’azione, come la trasmissione di una somma di denaro tramite un assegno o il possesso di una proprietà fisica con un atto di vendita.
Bene, l’usanza sta scomparendo molto rapidamente, vittima di tante rivoluzioni relative alle pratiche amministrative che hanno reso i documenti spesso ‘virtuali’ e non più cartacei, ma anche – forse specialmente – per un altro effetto dell’evoluzione della nostra cultura: la simultanea scomparsa della scrittura in corsivo, che spesso non viene nemmeno più insegnata nelle scuole.
La firma – tra l’altro, rigorosamente con l’inchiostro – era realizzata perlopiù con un tratto unico e fluido, con le lettere corsive. Leggibile o illeggibile, non aveva molta importanza. L’importante invece era che fosse complessa, in qualche modo riconoscibile e ‘unica’. Dopotutto, ci doveva rappresentare. È imbarazzante ricordarlo ora, ma molti di noi da giovani abbiamo consumato risme di carta per ’sviluppare’ una firma appropriata. È vero che, in teoria almeno, si poteva firmare in stampatello, ma era da ignoranti e non da persone ‘per bene’…
Siamo ora in una fase di transizione, ed è un problema. Nelle recenti elezioni presidenziali negli Usa, un enorme numero di schede elettorali di giovani sono state respinte perché la ‘firma’ che vi era apposta non corrispondeva a quella precedentemente depositata. Molto semplicemente, molti dei giovani elettori non possedevano un propria firma da apporre e uno scarabocchio qualunque era ‘invalidante’.
La firma è, in altre parole, ormai ‘andata’. È difficile immaginare da cosa verrà sostituita. Almeno in un primo momento, probabilmente useremo un’impronta digitale – una soluzione relativamente semplice, seppur molto poco ‘romantica’. Però, potrà mai quella macchia confusa e indistinta ‘rappresentarci’ davvero?
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James Hansen per Mercoledì di Rochester
