La festa è finita?
La sigla ‘DEI’ sta per Diversità, Equità e Inclusività – ‘Diversity, equity e inclusion’ in inglese. Per buona parte dell’ultimo decennio è stata una sorta di ‘mantra’ del mondo manageriale anglosassone, una ricetta per correggere gli errori morali commessi nel passato nella gestione del personale, troppo calibrata a favorire i maschi bianchi nei ruoli di responsabilità.
Come molte tendenze manageriali, nasce negli Stati Uniti, nel caso specifico come estensione della lotta per i diritti civili condotta negli anni Sessanta del secolo scorso. Lo scopo era quello di promuovere l’equo trattamento di tutta la popolazione, specialmente dei gruppi storicamente sotto-rappresentati nei ruoli di potere a causa dell’identità razziale, etnica o di genere.
La tendenza è esplosa in questo secolo, specialmente nell’ultimo decennio, e nelle imprese più grandi e più in vista dei paesi di lingua inglese. La penetrazione europea del fenomeno invece è stata relativamente limitata, almeno fuori dalle isole britanniche dove, invece, ha furoreggiato in modo particolare. Nei paesi in cui ha attecchito maggiormente, il fenomeno ha investito anche la politica — e la ‘political correctness’ — interferendo parecchio nella libertà d’azione delle imprese.
Ebbene, negli ultimi mesi, molte importanti aziende americane hanno iniziato a smantellare le strutture interne incaricate a gestire le iniziative DEI: tra questi, gruppi del calibro della Walmart (la maggiore catena al mondo della grande distribuzione organizzata), Boeing (aerospazio), Molson/Coors (birra), Ford (automobili), John Deere (macchine agricole), Lowe’s (ferramenta), Harley-Davidson (motociclette), Brown-Forman (Jack Daniel’s whiskey), Toyota USA (auto), Microsoft (dove il principio non sarebbe più ‘business critical’) ed altre ancora.
James Hansen per Mercoledì di Rochester
